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lunedì 11 luglio 2011

L'abbandono

Un racconto questo, scritto qualche anno fà, ma mai condiviso qui .
Visto il periodo estivo e il conseguente abbandono di animali da parte di persone che fatico a definire esseri umani, mi son sentita di pubblicarlo . 
 


La Piva , per gentile concessione di "mamma" Tania 



Pioveva anche quella sera.
Pioveva forte ,l’acqua veniva giù "a catinelle "come sentiva dire in casa sua da bambina.
Provò a raggomitolarsi su se stessa per sentire meno freddo ma il cambio di posizione non sortì l’effetto sperato.
Il freddo le era entrato fin dentro le ossa .
C’era solo aspettare la mattina , aspettare che il sole illuminasse la città e finalmente la scaldasse con i suoi tiepidi raggi.
si è offerta gratis di fare da testimonial di questo post

Erano tanti i pensieri che le offuscavano la mente in quella fredda sera di dicembre ,il divano rosso porpora sul quale adorava stare seduta, il caminetto acceso e il tappeto persiano della grande casa dove era cresciuta , si sentì così sola e abbandonata che un tremito la pervase .
Sentì un dolore acuto al petto, un dolore sordo che non riusciva a combattere ,
sconfitta si abbandonò ai suoi pensieri .
In modo nitido riaffiorarono ricordi e immagini ritenute lontane come se un rubinetto si fosse aperto , completamente e istantaneamente . 


lunedì 15 settembre 2008

l'ho riletto stanotte...

...
da "Il Piccolo Principe"

"Buon giorno", disse la volpe.
"Buon giorno", rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
"Sono qui", disse la voce, "sotto al melo…"
"Chi sei?" domando il piccolo principe, "sei molto carino…"
"Sono una volpe", disse la volpe.
"Vieni a giocare con me", le propose il piccolo principe, "sono cosi triste…"
"Non posso giocare con te", disse la volpe, "non sono addomesticata".
"Ah! scusa", fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
"Che cosa vuol dire "addomesticare"?"
"Non sei di queste parti, tu", disse la volpe, "che cosa cerchi?"
"Cerco gli uomini", disse il piccolo principe. "Che cosa vuol dire "addomesticare"?"
"Gli uomini", disse la volpe, "hanno dei fucili e cacciano. E molto noioso! Allevano anche delle galline. E il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?"
"No", disse il piccolo principe. "Cerco amici. Che cosa vuole dire "addomesticare"?"
"E una cosa da molto dimenticata. Vuol dire "creare dei legami"…"
"Creare dei legami?"
"Certo", disse la volpe. "Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi.
Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io saro per te unica al mondo".
"Comincio a capire", disse il piccolo principe. "C’e un fiore… credo che mi abbia addomesticato…"
"Comincio a capire", disse il piccolo principe. "C’e un fiore… credo che mi abbia addomesticato…"
"E possibile", disse la volpe. "Capita di tutto sulla Terra…"
"Oh! Non e sulla Terra", disse il piccolo principe.
La volpe sembro perplessa:
"Su un altro pianeta?"
"Si".
"Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?"
"No".
"Questo mi interessa! E delle galline?"
"No".
"Non c’e niente di perfetto", sospiro la volpe.
Ma la volpe ritorno alla sua idea:
"La mia vita e monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio percio. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sara come illuminata. Conoscero un rumore di passi che sara diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi fara uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiu in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me e inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo e triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sara meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che e dorato, mi fara pensare a te. E amero il rumore del vento nel grano…"
La volpe tacque e guardo a lungo il piccolo principe:
"Per favore… addomesticami", disse.
"Volentieri", rispose il piccolo principe, "ma non ho molto tempo, pero. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose".
"Non si conoscono che le cose che si addomesticano", disse la volpe. "Gli uomini non hanno piu tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose gia fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno piu amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!"
"Che bisogna fare?" domando il piccolo principe.
"Bisogna essere molto pazienti", rispose la volpe. "In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, cosi, nell’erba. Io ti guardero con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ piu vicino…"
Il piccolo principe ritorno l’indomani.
"Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe. "Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincero ad essere felice. Col passare dell’ora aumentera la mia felicita. Quando saranno le quattro incomincero ad agitarmi e ad inquietarmi; scopriro il prezzo della felicita! Ma se tu vieni non si sa quando, io non sapro mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti".
"Che cos’e un rito?" disse il piccolo principe .
"Anche questa e una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe. "E quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’e un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedi ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedi e un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza".
Cosi il piccolo principe addomestico la volpe. E quando l’ora della partenza fu vicina:
"Ah!" disse la volpe, "… piangero".
"La colpa e tua", disse il piccolo principe, "io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…"
"E vero", disse la volpe.
"Ma piangerai!" disse il piccolo principe.
"E certo", disse la volpe.
"Ma allora che ci guadagni?"
"Ci guadagno", disse la volpe, "il colore del grano".
Poi aggiunse:
"Va’ a rivedere le rose. Capirai che la tua rosa e unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalero un segreto".
Il piccolo principe se ne ando a rivedere le rose.
"Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente", disse. "Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto un mio amico e ora e per me unica al mondo".
Le rose erano a disagio.
"Voi siete belle, ma siete vuote", disse ancora. "Non si puo morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi assomigli, ma lei, lei sola, e piu importante di tutte voi, perché e lei che ho innaffiata. Perché e lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché e lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi (salvo i due o tre perle farfalle). Perché e lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché e la mia rosa".
E ritorno dalla volpe.
"Addio", disse.
"Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. E molto semplice: non si vede bene che col cuore.
L’essenziale e invisibile agli occhi".
"L’essenziale e invisibile agli occhi", ripeté il piccolo principe , per ricordarselo.
"E il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa cosi importante".
"E il tempo che ho perduto perla mia rosa…" sussurro il piccolo principe per ricordarselo.
"Gli uomini hanno dimenticato questa verita. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…"
"Io sono responsabile della mia rosa…" ripeté il piccolo principe per ricordarselo....


E se non l'avete mai letto.. o anche se l'avete letto tanto tempo fà, merita sempre di essere riletto perchè è troppo bello...

Buon lunedì a tutti..

S.

giovedì 4 settembre 2008

Una storia...

"Il ritorno"

Sole,
Ovunque si girasse …
Soltanto sole,
accecante,
giallo e caldo, terribilmente caldo…
Il Sole, unico compagno silenzioso di questo lungo viaggio ,
Il Sole che non aveva mai smesso di appannarmi lo sguardo .
I confini del paesaggio mi apparivano sfocati, e la strada all’orizzonte mi si parava davanti somigliante in tutto e per tutto ad un mare liquido e denso.
Ero stato veloce, il cuore in gola ,i polmoni in fiamme , tanta la fatica e l’adrenalina che avevo in circolo.
Adrenalina,
euforia,
paura,
desiderio,
voglia di arrivare,
paura di arrivare ,
pensieri confusi ,
da una parte la voglia di arrivare ,
dall’altra la paura mi faceva ,
a sprazzi, venire voglia di tornare sui mie passi.
Di tornare indietro.
La strada scivolava veloce, e veloce mi stava riportando in quel posto che continuavo a chiamare casa anche se forse , non era mai stata davvero casa mia.
Ero vicino ormai e dentro di me mi ripetevo che la casa non è necessariamente il posto il cui si vive, è quel posto in cui si riesce a stare sereni, il posto in cui ci si sente noi stessi.
Il posto sicuro in cui tornare quando qualcosa non va come dovrebbe .
Volevo davvero tornare là, in quella che per me era la MIA casa.
Quel posto in cui ero stato felice, in cui ero stato bene.
Un approdo sicuro dove tornare quando, in momenti come questo, tutto appariva difficile e cupo.
In verità niente andava realmente male , ma nulla mi entusiasmava,
in quei lunghi mesi tutto mi era apparso grigio.
Volevo tornare dove c’era la luce, dove c’erano i colori,
volevo tornare e soprattutto volevo restare.
Almeno per un po’. Fin quando fosse stato possibile.
Volevo tornare da lei.
Lei che forse non ci sarebbe stata più ma sentivo di dover correre il rischio.

Quel viaggio sembrava non finire mai, chissà dove mi avrebbe portato tutta quella strada, la sua casa era giusto al confine della strada statale, un posto recintato da Abeti e da piante di gelsomino che mandavano un odore così forte che durante l’inverno , sforzandomi , riuscivo a sentire ancora forte e persistente nelle mie narici…

Era già passato un anno dalla prima volta che ero capitato là.. era il 14 di aprile e il timido sole primaverile dava un colore quasi arancio a quel piccolo giardino, sentivo l’odore della torta al cioccolato che lievitava nel forno della piccola cucina ….
Ero a pochi passi dalla cucina, apatico, annoiato , quasi soffocato da una rassicurante ,e ,allo stesso modo alienante routine…me ne stavo li in attesa degli eventi , seduto al solito posto.
Fu li che la vidi la prima volta, seduta sul dondolo verde , leggeva e fumava nervosamente una sigaretta .
Lei pure mi vide ,
e forse sorrise .
Non sono sicuro, ma forse davvero sorrise……
quel sorriso mi è entrato nel cuore e da quel momento non ci ho più potuto rinunciare .

Ci ho provato, mi sono sforzato, ma non ci sono riuscito..

A volte succedono cose che spiazzano , cose dolci e amare allo stesso modo.
Come quando ci si sveglia e improvvisamente ci rendiamo conto che l’inverno è arrivato.
Ci accorgiamo che le foglie sono ormai tutte cadute e il cielo si fa bianco e l’aria è così fredda che quando respiri brucia dentro le narici e sembra quasi arrivare al cervello.
Quelle mattine in cui si sente l’odore dell’inverno e si capisce che il momento è arrivato.

Quelle mattine in cui sembra quasi voglia nevicare, quelle mattine in cui ci si rende conto che è arrivato il tempo di andare.
Per quanto ,forse non lo volessi davvero , scelsi di andare.
Era tempo .
Scelsi di allontanarmi perché era nella mia natura.
Perché era la cosa giusta da fare.
Perché restare era un rischio troppo alto e soprattutto non ero sicuro fosse quello che volevo davvero.

E adesso ero così vicino , avevo tanto desiderato tornare e adesso che ero così vicino ero spaventato, cosa mi avrebbe aspettato?
Cosa avrei trovato?
La paura di non trovarla più,
la paura che tutto fosse cambiato mi soffocava e mi faceva rallentare l’andatura.
Una parte di me voleva arrivare prima possibile , l’altra allungava le distanze per paura, quella solita maledetta paura che troppe volte negli ultimi anni mi aveva fregato e lasciato incapace di vivere le situazioni come si presentavano.
La paura e il desiderio.
La paura di vivere quelle che desideravo davvero.

La paura mi faceva rallentare.
Il desiderio mi faceva volare più velocemente.
Il confine tra i due sentimenti era sottile.


Era passato tanto tempo dall’ultima volta che ero stato li, non era scritto da nessuna parte che tornando da avrei trovato la stessa situazione che avevo lasciato.

Succede sempre così , quando ci si allontana per un po’ di tempo non si sa cosa si trova al nostro ritorno.

Chiusi gli occhi e mi abbandonai ai ricordi, ricordai in modo nitido la primavera di un anno prima , l’odore dei gelsomini e dell’erba appena tagliata, i suoi occhioni e il suo modo di sorridere arricciando il naso . Il suo modo di camminare ondeggiando i fianchi ma con andatura pacata, il modo in cui si avvicinava a me , piano cercando di non spaventarmi.
C’era voluto un po’ ma alla fine mi ero fidato di lei.
Alla fine avevo capito che lei non mi avrebbe fatto male.
Lei non si sarebbe approfittata di me.
La diffidenza e la paura però erano troppo grandi per me e ci avevo messo tanto tempo a capire che potevo fidarmi, che potevo lasciarmi andare a lei e alle sue attenzioni.

Non era stato facile, io di natura così diffidente e razionale ,lei così spontanea e istintiva.

Era stato difficile farsi trasportare da quello che sentivo , sapevo bene che lei era troppo diversa da me e dal mio modo di vivere.

E adesso , finalmente ero arrivato.
Ero li , a due passi da lei.
Il cuore batteva forte ,
il respiro era azzerato.

Mi sedetti e aspettai di vederla.
O forse aspettai di essere visto.

Lei lo vide.
Sorrise.
Si avvicinò a lui, e lui non volò via subito come aveva sempre fatto l’anno prima.
Restò li nella solita casetta che l’aveva ospitato la scorsa estate aspettando un suo cenno.
Lei corse in casa e urlò a sua mamma,
“Mamma! Guarda, è tornato il passerotto dello scorso anno!”
E corse fuori per portagli il pane .

Volevo volare perché la paura era sempre tanta, ma cercai di resistere.
Restai fermo, lei si avvicinò piano , mise il pane nella mangiatoia e sorrise serena.
“Bentornato a casa !”

Sapevo che tra pochi mesi me ne sarei nuovamente dovuto andare ma , allo stesso modo, adesso sapevo con certezza che ,qualunque cosa mi fosse successa ,
avrei sempre avuto un posto dove tornare.
E questo era più importante di tutto.
Perché non è importante dove arrivi , ma come ci arrivi.
Era stata dura arrivare, ma adesso ,finalmente ero a casa.

Lei mi sorrise e aggiunse..

Aspettiamola insieme l’estate.
E io , a mio modo ,
le risposi di si.

S.

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